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Indesit, ultimo atto

Cala il sipario, senza gloria né applausi, sulla decennale storia “metalmezzadra” di Indesit Company, multinazionale fabrianese, che dall’11 luglio è passata in mano alla statunitense Whirlpool. Il colosso degli elettrodomestici a stelle e strisce ha acquisito da Fineldo – holding della famiglia Merloni – per 758 milioni di euro il 60.4% dell’azionariato dell’azienda gemella Indesit, garantendosi il 66.8% dei diritti di voto.
Poco lo stupore a Fabriano, la vendita era annunciata e alle proposte di Cina o Germania nessuno aveva mai creduto veramente. Gli americani di Whirlpool si erano già fatti vedere in città e addirittura in azienda, dove se entra un competitor non lo fa certo a fini turistici.
In Borsa il titolo è schizzato su di 2.85 punti percentuali, arrivando a quasi 11 euro per azione, quasi la cifra che Whirlpool pagherà ai Merloni prima e al mercato poi.

Merloni. Un nome indissolubilmente legato a Fabriano. Una famiglia che ha creato in quasi un secolo il suo feudo tra gli Appennini umbro-marchigiani, in quella città diventata caso unico di centro industriale montano nel centro Italia. Aristide Merloni costruì quel distretto del “bianco”, l’elettrodomestico, tra queste vette inospitali realizzando l’inimmaginabile, portare lavoro nella sua terra e farlo con un successo che ci sono volute tre generazioni per distruggere. In un decennio – costretto suo figlio Vittorio, già presidente di Confindustria, a letto da una lunga e inesorabile malattia – suo nipote Andrea Merloni e l’amministratore delegato Marco Milani succedutogli hanno fatto quasi scomparire i Merloni da Fabriano.
Il sogno dell’emigrante di ritorno Aristide, “Portare il lavoro a casa degli operai”, finisce dopo 84 anni con gli americani che si prendono l’Indesit e un pezzo della terza generazione Merloni che abbandona il suo feudo e la nave che iniziò ad affondare ufficialmente nel 2008 con il crack dell’Antonio Merloni.

Indesit segue le orme di Perugina, Poltrona Frau, Riso Scotti, Krizia, Versace, Gucci e decine di altre eccellenze made in Italy cedute all’hard discount dell’industria da un’italica classe dirigente pescecane a un capitalismo internazionale consapevole della malattia tricolore e intenzionato a trarne il massimo del profitto. Non che esista un capitalismo buono e uno cattivo, il capitalismo è uno e indifendibile, parli italiano o inglese o cinese è sempre lo stesso sistema che sta rovinando il mondo da quattrocento anni e mai con accelerazioni tanto criminali come oggi.
Non è questo il punto che in questi giorni preoccupa Fabriano, per quanto sui mali del capitalismo non ci piova.

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Stabilimento Indesit Company di Fabriano (foto Indesit Company)

Il punto non è la bandiera dell’azienda, ma la sua produzione. A dicembre 2013 Indesit ha siglato un piano economico presso il Ministero dello Sviluppo Economico, firmato anche da sindacati e Governo (ma non dalla FIOM), dietro lo spauracchio di 1.425 esuberi, per investire 83 miliardi di euro nel triennio 2014-2016, azzerare gli esuberi e riportare a casa qualche linea di quelle destinate a Turchia e Polonia.
A Melano e Albacina – stabilimenti Indesit nell’hinterland fabrianese -, come a Comunanza nell’Ascolano e Caserta, ora tremano. Il piano di salvaguardia e rilancio industriale potrebbe essere ignorato da Whirlpool. Whirlpool che in poco più di un anno ha lasciato la Svezia per aprire in Italia a Varese, e chiudere a Trento mandando in cassa integrazione quasi cinquecento lavoratori. Un comportamento anomalo e non certo tranquillizzante. Quando poi il Presidente del Consiglio Matteo Renzi commenta “La considero un’operazione fantastica. Ho parlato personalmente io con gli americani a Palazzo Chigi” la preoccupazione si fa paura.
Paura che l’accordo sul riassetto, costato più di 80 miliardi, sia servito solo ai Merloni in fuga per vendere meglio l’azienda. Produzione, stabilimenti e livelli occupazionali restano le priorità, ma con un’azienda americana che ne acquisisce una gemella fino a ieri pronta a 1.425 esuberi si prospettano nel fabrianese tempi duri. Perfino più duri di quelli si credeva non potessero essere peggiori sul finire dell’anno scorso.

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