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Terremoto. L’Italia e la Regione dimenticano l’entroterra

Già il terremoto del 24 agosto 2016, che ha distrutto Amatrice, aveva fatto molti danni nel territorio appenninico dei Sibillini, tra Marche e Umbria. Tuttavia, pur se qua e là inagibili, nelle terre a ridosso del confine appenninico – quelle oggi circoscritte nel cratere sismico – eravamo rimasti in piedi anche se spaventati.

Pensavamo di essere in salvo, dopo quel 24 agosto. Il 26 ottobre 2016 una doppietta sismica c’ha invece tolto il fiato e il sonno, l’equilibrio e le case e un pezzo di storia. Siamo ripiombati per qualche giorno nel 1997, ma con un epicentro che non ha più smesso di tremare molto più vicino di allora e una somma di danni ancora incalcolabile. Tra i paesi di cui non è rimasta pietra su pietra che non sia stata diroccata, Visso e Castelsantangelo sul Nera i più colpiti: il fiume Nera sgorga dall’asfalto, il monte Bove ha cambiato profilo. La terra si scuote macerie di dosso ogni giorno.

Ma se speravamo fosse finita, davvero finita, e iniziavamo già a guardare avanti per rialzarci, con il sisma 6.5 Richter alle 7.40 del 30 ottobre 2016 è morto un pezzo di tutti noi, ancora vivi ma attoniti e impotenti di fronte alle macerie delle nostre esistenze in una terra ferita.
Sanseverino Marche è stata gravemente danneggiata, Camerino è un’unica spettrale zona rossa, Gagliole inavvicinabile, Tolentino sembra bombardata, Matelica ha centinaia di sfollati, come ognuno dei comuni all’interno del maledetto cratere: le Marche oggi sono in ginocchio e per quanto noi marchigiani appenninici possiamo essere duri e tenaci sarà difficilissimo rimettersi in piedi.

Sono passate due settimane da quel sisma. Non passa giorno senza scosse, alcune anche forti. Ci hanno dimenticato da subito.
Né Ancona né Roma hanno mobilitato i corpi di emergenza per soccorrere un territorio colpito dalla più grande sciagura dalla seconda guerra mondiale ad oggi. Un territorio che conta poche migliaia di abitanti, che nelle logiche di protezione civile nazionale e regionale forse non vale lo sforzo dei soccorsi, che si è soccorso da solo.
Abbiamo affrontato un’emergenza conseguente a una scossa che non ci ha decimati per miracolo con le nostre sole forze. Gagliole, Matelica, Sanseverino, Castelraimondo e decine di altri piccoli paesi hanno salutato i soccorsi, quelli seri, solo una settimana dopo la scossa di domenica 30 ottobre che ci ha raso al suolo.
E se dopo il 1997 si fosse ricostruito come dovuto, se si fosse sorvegliato quel lavoro, se si fosse investito in sicurezza un patrimonio per la ricostruzione che ha trasformato decine e decine di fabbricati accessori in seconde e terze case, qualche crollo e tante lacrime si sarebbero evitati.
Il sindaco di Gagliole, Mauro Riccioni, segretario regionale del Partito Comunista, da giorni tra le macerie per aiutare i suoi cittadini, dice le cose come stanno e rappresenta la rabbia di una terra che si rialzerà, da sola, come ha sempre fatto, ma che stavolta ha deciso di dire basta.

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