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Una storia di guerra

Nove mesi terribili

All’indomani dell’8 settembre, siglato l’armistizio e fuggito il re al sud, gruppi antifascisti e fuggitivi si aggregano in clandestinità nel territorio settempedano come nel resto dell’entroterra marchigiano. L’istriano Mario Depangher, internato da poco a Sanseverino con alle spalle un lungo passato di lotte e carcere fascista, organizza incontri e predispone piani di azione in vista del momento in cui, inevitabilmente, bisognerà armarsi.

Mario Depangher

Nato nel 1897 a Capodistria, si forma politicamente nel movimento giovanile socialista, diserta la guerra 1914-1918 e si unisce agli scioperi operai antibellici. Figlio di pescatori, pescatore come loro, conosce il primo di una lunga serie di arresti nel 1919, per essere poi amnistiato quindi imprigionato ancora nel 1920 per sospettate azioni antifasciste. Aderisce al Partito dopo il congresso di Livorno e, nel 1922, si vede arrivare l’invito fascista a ricoprire il ruolo di capitano di navigazione. Al suo sdegnato rifiuto corrisponde l’ennesimo ordine di arresto, ma stavolta – in un disordine di piazza degenerato in rissa – stende diversi fascisti e si dà alla macchia. La sua barca viene bruciata per rappresaglia, prima che i fascisti riescano a catturarlo e confinarlo a Lipari. Da dove fugge, prima in Austria, poi in Russia quindi in Francia. Passano anni prima che, rientrato clandestinamente in Italia, venga intercettato a Reggio Emilia e ovviamente, ancora, incarcerato. Gode di un’amnistia, ma per poco: nel 1940 torna in cella, stavolta spedito a Ventotene, e infine 1l 24 ottobre 1940 internato a Sanseverino Marche.

Dopo gli anni della Resistenza in quelle terre tra gli Appennini, dopo una breve esperienza come Sindaco settempedano all’alba della liberazione, torna a Muggia dove muore nel 1965.

La ricerca di armi

Si contano già un centinaio di uomini che, dietro la guida di Depangher e il collegamento organizzativo con l’anconetana Brigata Garibaldi, si mobilitano in attività propagandistiche nelle campagne, tra i fuggiaschi, tra i disertori. Si strutturano in banda per avere una base e una logistica dedicate alla lotta partigiana, orientata al modello di guerriglia jugoslavo di cui Depangher aveva avuto conoscenza diretta.

La prima esigenza è armarsi. Le poche rivoltelle racimolate in campagna e le armi prelevate già l’8 settembre al deposito militare di ponte Sant’Antonio non bastano, servono armamenti pesanti per fronteggiare le SS e le squadre fasciste già operative dopo la costituzione dell’RSI di Macerata. L’assalto al campo di concentramento di Sforzacosta, il 22 settembre, frutta una mitragliatrice – e diversi slavi che si aggregano alla banda – ma il grosso dell’armamento di partenza arriva dalla caserma dei carabinieri di San Domenico, a Sanseverino. Dietro un nascosto accordo con il maresciallo Antonio Giordano, Mario e i suoi mettono in scena un finto attacco alla caserma portando via le armi. Ma in città le spie sono molte, non passa che qualche giorno quando al comando RSI maceratese giunge la verità.

Il primo ottobre i tedeschi arrestano Giordano per tradimento. Caricato sulla camionetta, percorsi pochi metri, all’altezza del centralino telefonico di piazza del Popolo il possente Giordano, in un impeto, si libera, stende il soldato che lo insegue e, in una scarica di proiettili che fortunatamente lo manca, scappa tra i vicoli verso la libertà. Il maresciallo si dà alla macchia, assieme ai partigiani. Un episodio che viene letto dalla popolazione con grande entusiasmo, come un rifiuto al sopruso nemico straniero. Un gesto che simbolicamente dà il via alla Resistenza a Sanseverino.

Il battesimo del fuoco

Dalle alture di San Pacifico, alle spalle del colle di Castello, i partigiani tengono sotto tiro la strada che sale dalla città. I tedeschi, infuriati per la vicenda di Giordano, lo stesso primo ottobre 1944, impossibilitati a proseguire oltre puntano le armi verso San Pacifico dall’arco di San Francesco. Si apre il fuoco da entrambi i fronti. La potenza della banda di Depangher è di troppo inferiore ai tedeschi, entro breve è costretta a indietreggiare per riparare nei boschi retrostanti il santuario, ma sul far della notte tra le fila dei nazifascisti si contano quattro morti e dieci feriti. Solamente due i feriti per Mario.

Il battesimo del fuoco ha però spaventato, è stato un assaggio di guerra vera, ha mostrato la morte a ragazzi che forse non se l’aspettavano così cruda, tanto che da un centinaio gli uomini della banda si riducono, in una notte, a meno di trenta. Conosciuto lo scontro nella sua drammatica realtà, in molti tornano alle loro case. Per chi resta, non c’è tempo da perdere. La staffetta notturna da Sanseverino non porta buone nuove: i tedeschi torneranno, meglio armati, più numerosi. Depangher ha poche munizioni, pochi uomini, lo scontro non sarebbe sostenibile. La banda fugge la notte stessa alla volta di Stigliano, per poi dirigersi a Chigiano e, infine, a Valdiola, dove si concentrerà la Resistenza nei mesi a seguire. Il due ottobre 900 tedeschi assaltano San Pacifico, non trovando nessuno.

Mesi di guerriglia

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Vallata di Valdiola

Valdiola è una gola che scende per diversi chilometri dal monte Argentaro lungo il fiume Musone, ai piedi del versante sud est del monte Canfaito. In quegli anni densamente abitata da contadini e allevatori, quella striscia di terra accoglie nell’inverno a cavallo tra il 1943 e 1l 1944 il grosso della banda di Depangher, ospitato nella clandestinità, protetto dai monti, nascosto dai boschi.

Due le direzioni degli atti di guerriglia intrapresi in quei mesi: reperire armamenti – oltre a cibo e vestiario – e sabotare i rifornimenti del nemico. Si portano a segno azioni per prelevare il grano dai magazzini delle frazioni prima che se ne impossessino le autorità, per poi ridistribuirlo tra la popolazione. A nulla valgono le minacce fasciste contro chi non restituisca il maltolto e denunci i partigiani, la banda acquisisce ogni giorno maggiore consenso.

Un’azione militare congiunta tra la banda Mario e il gruppo Roti di Matelica, i primi di novembre, assalta il campo della PAI di Treia, dove si concentrano deportati del corno d’Africa. Si recuperano armi automatiche e diversi africani si uniscono ai loro liberatori. A febbraio arriva la neve. Due metri, in montagna. La banda è cresciuta, sia di numero che di organizzazione, è il momento di strutturarsi ulteriormente: si forma il I Battaglione Mario, comandato dallo stesso Mario Depangher, alle dipendenze della V Brigata Garibaldi di Ancona. Tre le brigate: Stigliano, Valdiola e Elcito.

La battaglia di Valdiola

Quella del 24 marzo è una delle battaglie più importanti della resistenza marchigiana, combattuta sulle alture appenniniche tra Matelica e Sanseverino Marche. Duemila unità italotedesche, munite di guide locali espertissime del territorio, armate fino ai denti, si muovono in una morsa a triangolo da Matelica, Apiro e Sanseverino per schiacciare una volta per tutte la resistenza concentrata a Valdiola. Con Mario Depangher solo duecento uomini, colti di sorpresa, privi di molti compagni recatisi a recuperare un difficile lancio alleato la notte stessa tra la neve a Passo San Romualdo.

Alle tre del mattino i nazifascisti hanno già preso Elcito e Chigiano, Ugliano è in mano fascista e Roti sotto attacco tedesco. A Braccano, trovata sguarnita di protezione, la furia delle SS trucida un sacerdote della Resistenza, Don Enrico Pocognoni, assieme alla sorella e a un contadino. Roti cade. La colpevole negligenza del comando della posizione ha spalancato la strada al nemico, che ora punta su Valdiola senza più ostacoli. La situazione precipita. Depangher sgancia un contingente al comando del capitano Salvatore Valerio nella speranza di creare qualche difficoltà all’avanzata nemica, ma non fa in tempo ad arrivare in soccorso a Roti: i tedeschi sono già al valico, sul monte Argentaro. Valerio e i suoi, costretti a combattere allo scoperto, solo in cinque e con armi insufficienti, cadono uno dopo l’altro. Valerio fu ritrovato senza un solo bossolo inesploso. Forse per rispetto, i tedeschi non ne toccarono il corpo e gli lasciarono il mitra in braccio. Un cippo commemorativo, in cima all’Argentaro, ricorda quel gesto ancora oggi. A Valerio è stata concessa la medaglia d’oro al valor militare.

Alle 13 Valdiola è persa. Le case sono occupate dal nemico ed incendiate. Arrivano i rinforzi, dal fabrianese e da Cingoli, che colpiscono la vallata occupata dai boschi. Ugliano è riconquistato dal Battaglione Mario, i tedeschi si ritirano. Una quindicina, tra morti e dispersi tra i partigiani, oltre cento i cadaveri tedeschi lasciati a Valdiola. Anche il bollettino di guerra tedesco parla di questa lunga e tragica battaglia. Alla scia di sangue della giornata si aggiunge l’evento forse più impressionante, quello che scuoterà più le coscienze negli anni a venire: al ponte di Chigiano cinque giovanissimi che correvano in soccorso del distaccamento di Roti sono intercettati dalle SS, seviziati, gettati nel Musone in fin di vita e uccisi a sassate.

Ritorsioni e rappresaglie

Il Battaglione ha subito gravi perdite, è stata una pesante sconfitta. Se non è andato in frantumi è grazie all’esperienza dei veterani e al loro sangue freddo. Depangher ha il dono di saper scegliere bene i suoi collaboratori. Nemmeno 24 ore dopo la battaglia, negli occhi ancora i compagni trucidati al ponte di Chigiano, si cerca vendetta e viene organizzato un attacco in città. Finora la resistenza si era limitata a rispondere al fuoco, a sabotare, a far propaganda, ad accogliere fuggitivi. Ora le cose sono cambiate, l’equilibrio si è rotto e la reciproca non belligeranza che si basava tra i forti rapporti umani dei protagonisti – che, non va dimenticato, erano persone cresciute assieme nella stessa città, con gradi di conoscenza reciproca tipici dei piccoli centri – era stata oscurata dal sangue della battaglia. Con l’ingresso massiccio di tedeschi nella gestione degli scontri, ormai c’erano occupanti stranieri che attaccavano sconosciuti, non più una potenziale situazione di guerra civile tenuta a bada dalla sapiente diplomazia di Mario Depangher e dal sentirsi fratelli, anche nella guerra, dei settempedani, repubblichini o partigiani che fossero.

Sul far della sera un gruppo si dirige all’albergo Massi, luogo di ritrovo fascista, e un altro a sabotare il centralino telefonico in Piazza del Popolo. Le cose non vanno tuttavia come previsto, il piano di assalto viene scoperto e si genera una confusione che costringe i partigiani alla ritirata. Viene comunque aperto il fuoco, ci sono feriti e nella fuga due fascisti vengono fucilati. Sono due cittadini molto conosciuti, come lo sono le loro famiglie. Ormai la città ha capito che la guerra non può più essere tenuta lontano.

Dopo Valdiola sono emerse tute le lacune del Battaglione: scarso addestramento, armi inadeguate, organizzazione inefficiente. I gruppi si frammentano ulteriormente per aumentare la complessità interna, intensificano i sabotaggi, investono tempo in pianificazione e strategia. I veterani e “Mario Pantera”, paracadutista lanciato dagli inglesi di Brindisi per sbaglio a Sanseverino e unitosi poi al Battaglione, si dedicano ad addestrare militarmente i ragazzi. Intanto gli alleati intensificano i lanci di armi. Il 26 aprile, replicando un’azione simile a quella di marzo, battaglioni italo tedeschi attaccano ancora Valdiola. Stavolta la resistenza è forte, non si fa prendere di sorpresa: a Sasso Spaccato, nei pressi di Elcito, una ventina di combattenti del Battaglione mette in fuga i reparti attaccanti, lasciando sul terreno una decina di morti. Nella vallata di Valdiola i tedeschi non fanno paura, il battaglione ha avuto informazioni sul rastrellamento in tempo utile per disperdersi ed attaccare con tattiche di guerriglia in piccoli nuclei sparsi nei boschi. Tuttavia, nell’ultima casa rimasta in piedi dopo la battaglia di marzo, le SS sfogano la loro rabbia trucidando Armando e Venturino Falistocco insieme a Marino Costantini e Giuseppe Poeta che si trovavano lì, dando poi alle fiamme corpi e abitazione.

In generale, anche e soprattutto in città, la situazione per i fascisti si va deteriorando velocemente. L’avanzata del fronte è alle porte, la popolazione è allo stremo e l’organizzazione dei Gruppi di Azione Patriottica è attiva con sabotaggi e propaganda. Siamo in maggio, i partigiani si avvicinano sempre più alla città e i tedeschi iniziano la ritirata. Molti della RSI si avvicinano al CLN, gli altri si spostano a Macerata. I bombardamenti degli alleati si fanno frequenti, infrastrutture e linee ferroviarie (anche il mercato un sabato mattina di giugno, fortunatamente senza vittime) sono prese di mira ripetutamente, solo il ponte di San Bartolomeo resta in piedi grazie alle sue possenti arcate che “risucchiano” le bombe.

La Liberazione

Il passaggio del fronte è prossimo. Già il 10 giugno i partigiani entrano in città indisturbati. La priorità ora è evitare atti di rappresaglia contro la popolazione a suo tempo schieratasi con gli invasori, ma su questo punto Mario Depangher è inflessibile, la sua sorveglianza affinché la guerra quasi alle spalle non divenga civile è attenta. I guastatori del nemico in fuga fanno saltare tutti i ponti, con un danno al patrimonio enorme.

Il nemico se n’è andato. Ai partigiani del Battaglione Mario non rimane che entrare ufficialmente a Sanseverino: il primo luglio 1944 due colonne riempiono la piazza da est e da ovest, scoppia la festa. Dalla terrazza del palazzo comunale Depangher saluta i settempedani, bandiere degli alleati e di tutti i paesi che hanno fornito manodopera alla Resistenza sventolano dal terrazzo. Sulla torre di Castello è issata bandiera rossa, poi ammainata dietro minaccia dei polacchi arrivati a Tolentino di abbattere la torre a colpi di cannone.

Dopo 24 ore arrivano i patrioti della Brigata Majella che tallonava i tedeschi. Qualche donna accusata di aver fraternizzato con gli invasori viene rasata, nessun altro atto violento contro nessuno. Il CLN nomina Depangher commissario straordinario, poi il governo militare alleato lo fa sindaco, primo sindaco di una Sanseverino finalmente liberata.

Lorenzo Paciaroni, cc2013. Informazioni | Condizioni di utilizzo

Bibliografia

Nota metodologica: queste righe sono una sintesi divulgativa, senza pretese scientifiche e sicuramente parziale, degli avvenimenti, dei protagonisti, dei contesti riportati nelle opere consultate, cui si fa riferimento per approfondimenti e bibliografia essenziale.

  • AA.VV, La Resistenza in San Severino Marche, 8 settembre 1943 – 1 luglio 1944, Pubblicazione a cura del Comitato Cittadino Celebrazioni Ventennale della Resistenza, San Severino Marche 1965
  • GUALBERTO PIANGATELLI, Tempi e vicende della Resistenza a San Severino Marche, ANPI, Macerata 1985
  • AA.VV, Capitano Salvatore Valerio. Medaglia d’Oro al Valor Militare “alla memoria”, ANPI Macerata/Amministrazione comunale San Severino Marche, San Severino Marche 1991
  • AA.VV, La Resistenza a San Severino. Testimonianze, ANPI San Severino Marche/Amministrazione comunale San Severino Marche, San Severino Marche 1993
  • AA.VV, Il Maresciallo dei Carabinieri Antonio Giordano e l’inizio della Resistenza a San Severino, ANPI San Severino Marche/Amministrazione comunale San Severino Marche, San Severino Marche 1995
  • AA.VV, Il futuro vive nella memoria, ANPI San Severino Marche/Amministrazione comunale San Severino Marche, San Severino Marche 1998
  • AA.VV, Ribelli per amore. I sacerdoti marchigiani nella Resistenza, ANPI San Severino Marche, San Severino Marche 2005

  • ANPI, Donne e Uomini della Resistenza – Mario Depangher, www.anpi.it/donne-e-uomini/mario-depangher
  • STORIA MARCHE 900, Valdiola, www.storiamarche900.it
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