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Whirlpool, Landini: Lotta e trattativa devono proseguire

Crescono col passare degli anni gli esuberi del bianco nel fabrianese: dai 1.425 degli ultimi giorni di Indesit ai 1.350 tra Caserta e Albacina dei primi calcoli Whirlpool agli oltre duemila, 2.060 per la precisione, dell’ultimo piano industriale della multinazionale USA. Stavolta la scure cala anche sul settore impiegatizio e i sindacati hanno convocato tre ore di sciopero, Lunedì 25 maggio 2015, con presidio presso la sede centrale Whirlpool a Fabriano.

«Sono passati due anni e siamo ancora qui – l’introduzione di Fabrizio Bassotti, Segretario FIOM Ancona – ma ora non abbiamo più il padrone dietro casa, ora c’è una multinazionale che prova a dividerci. Dobbiamo dire no ai licenziamenti oggi come ieri». Operai e impiegati, sotto il palazzo con la i cerchiata sul tetto, manifestano assieme e assieme devono lottare, sottolinea Vincenzo Gentilucci, coordinatore UILM Marche: «Siamo tutti a rischio, ormai. Dobbiamo far cambiare idea alla proprietà, o per questo territorio sarà il declino definitivo». «Era debole, Whirlpool, in Europa – aggiunge Andrea Cocco, FIM regionale – e per questo ha acquistato Indesit. Ma operazioni del genere creano doppioni produttivi che portano a decimare le maestranze, nonostante il piano di investimenti di 500 milioni di euro. Noi abbiamo chiesto di internalizzare le produzioni, ma ad oggi non abbiamo incontri al Ministero e il Governo sembra non avere una mano decisa».
Secondo il piano Whirlpool, lo stabilimento di Albacina chiuderà e il territorio fabrianese subirà il colpo probabilmente decisivo per il suo tracollo.

Ha portato il suo supporto anche Maurizio Landini, Segretario generale FIOM, che nel suo intervento ha ribadito l’importanza di non arrendersi, di discutere il piano industriale Whirlpool, di continuare il confronto: «La Whirlpool ha garantito che fino al 2018 non licenzierà nessuno – ha detto Landini – ma noi non vogliamo che restino solo due poli produttivi. Dobbiamo continuare la trattativa, discutere il piano con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione perché è necessario che nessuno stabilimento chiuda. Albacina è minacciata di chiusura, così come Carinaro e Varese, ma allo stesso tempo siamo di fronte a un piano che prevede investimenti: dobbiamo fare i conti con il riassetto del gruppo, riorganizzare Ricerca e Sviluppo, mantenere qua la progettazione. Non voglio trovarmi, come Sindacato, nella posizione di non poter discutere mentre l’azienda pianifica: useremo ogni strumento per evitare di trovarci di fronte a soluzioni prese senza di noi. La partita è ancora aperta, non dobbiamo lasciare via libera all’azienda, è importante negoziare e tenere tutto assieme, lotta e trattativa devono proseguire di pari passo».
Il Ministero non ha però riconvocato i tavoli di concertazione, l’ha fatto la Whirlpool. «Da anni i Governi – ha concluso il Segretario generale FIOM – non hanno fatto nulla in termini di politica industriale: siamo un Paese capace di produrre e progettare, lo dimostriamo ogni giorno, per questo ci comprano. Ma poi il Governo svende le aziende partecipate come Finmeccanica e lascia che siano le multinazionali a fare investimenti, con le conseguenze che vediamo qui e nel Mezzogiorno, dove si rischia di pagare un prezzo carissimo. Il rischio di questa fase è la divisione, qualisasi tavolo venga convocato, noi dovremmo andare e andremo.»

Perché se chiude Whirlpool, come anche i Sindaci di Matelica e Fabriano hanno precisato, crolla un territorio, chiudono scuole e Comuni, la gente fugge. E non si parla solo di 235 esuberi – che dai calcoli dei sindacati sarebbero di più: trasferendo i settori resterebbero a Fabriano non oltre 50/60 lavoratori – ma di un indotto cresciuto nei decenni che mai come oggi è a rischio implosione. Tuttavia le divisioni tra Marche e Campania, tra operai e impiegati, si fanno sentire, inutile negarlo, esattamente come nei piani della multinazionale USA.

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